Crisi economica e welfare occupazionale

Ultimo aggiornamento il 14 Novembre 2022
welfare

Un ulteriore punto di svolta delle politiche di assistenza privata

del Dott. Claudio Genco, Responsabile Network Top Physio

Come documentato dagli ultimi rapporti del centro Luigi Einaudi, una sfera di welfare non pubblico sempre più rilevante è rappresentata dal “welfare occupazionale”, ovvero quegli interventi privati di protezione sociale ricevuti dai lavoratori.

Questa tipologia di negoziazione delle prestazioni sociali è un fenomeno risalente agli anni ’70, quando i rappresentanti dei lavoratori erano soliti assumere un ruolo rilevante anche nelle politiche di assistenza e iniziavano a tentare di esercitare pressioni collettive allo scopo di migliorare le condizioni di lavoro. Ad oggi, i Contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) presenti ad esempio nei settori bancario, portuale, metalmeccanico, terziario, commerciale, telecomunicazioni e in molti altri, in fase di rinnovo sono e saranno sempre più spesso collegati al cosiddetto “welfare del contratto nazionale” o “flexible benefit del CCNL”.

Rileggendo i bisogni dei lavoratori sono andate definendosi nuove risposte tramite gli strumenti messi a disposizione dalla bilateralità: al posto del tradizionale aumento minimo concordato con le parti sociali, le risorse a disposizione vengono sempre più spesso destinate a strumenti detassati e decontribuiti, proprio come il welfare aziendale e tutte le soluzioni assicurative ad esso connesse compresa l’assistenza sanitaria, destinata solitamente a tutto il primo nucleo familiare del lavoratore.

Come messo in luce dalla sociologia economica e dagli studi di gestione aziendale, tutto ciò ha ricadute importanti sotto il profilo della produttività, dell’immagine aziendale, infine del clima aziendale, in particolare sul piano del coinvolgimento e della fidelizzazione dei lavoratori.

Stando ai dati Inps e Cnel, alla fine del 2019 vi erano oltre 166 mila realtà imprenditoriali e quasi due milioni e mezzo di dipendenti coinvolti. Si tratta circa del 10,7% delle imprese con dipendenti e del 17,4% dei lavoratori dipendenti del nostro Paese. Secondo gli ultimi rapporti di Maino e Ferrera editi da Giappichelli, il welfare è molto diffuso nel settore dell’industria (44%), meno nel comparto dei servizi (25%) e del commercio (11%), mentre in coda troviamo l’artigianato (7%), le costruzioni (4%), gli studi e servizi professionali (3%), infine l’agricoltura (1%).

Nonostante ciò, ancora oggi molte aziende sono “impermeabili” a queste forme di innovazione a causa di reticenze a livello culturale, dimensioni ridotte o contesti territoriali e geografici sfavorevoli.

In questo scenario, è utile evidenziare due tendenze:

  • La prima è che il concetto del benessere, legato alle condizioni di salute e al miglioramento della qualità di vita, si è ulteriormente diffuso durante il periodo pandemico.
  • La seconda è che le contingenze dettate dal perdurare della crisi economica e produttiva storicamente hanno ristretto fortemente le opportunità di contrattazione dei miglioramenti salariali.

Di conseguenza, le parti sociali sono ricorse sempre più spesso al welfare aziendale in fase negoziale, come accadde dopo la stagione di crisi tra il 2008 e il 2015, producendo interessanti interventi di riforma negli anni successivi: tra il 2017 e il 2019 sono stati sottoscritti 13 accordi nazionali che hanno previsto welfare, interessando circa 2,5 milioni di lavoratori e oltre 166 mila imprese. Numeri destinati ad aumentare anche nel prossimo futuro, in quanto è proprio nei momenti di crisi economico-finanziaria che il welfare aziendale si è rivelato un valido supporto a quello pubblico.

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